Risorgimento Maya e Occidente recensito su "La Ricerca Folklorica"

Risorgimento Maya e Occidente recensito su

In questo libro Leda Peretti affronta un dilemma di grande interesse per chi si trovi a fare antropologia applicata all'interno di un contesto sanitario segnato dalla coesistenza di visioni del mondo e pratiche apertamente in contrasto tra di loro. Fino a che punto sostenere la "medicina tradizionale" anche quando quest'ultima entra in aperto conflitto con i precetti della "medicina scientifica" che il ricercatore/operatore sanitario sostiene e condivide?

A questa domanda, ci dice l'autrice, le Ong di volontariato e l'Onu hanno già risposto schierandosi apertamente dalla parte della "cultura indigena" e della sua "medicina ancestrale". La sua tesi - espressa con chiarezza e rigore nell'introduzione al libro - è tuttavia che questa presa di posizione presuppone una visione ingenua dei saperi locali che nega la loro storicità e il loro essere il risultato di una negoziazione che dura da centinaia di anni. Lungi dall'essere un'entità pietrificata e immodificabile,la medicina tradizionale si è modificata notevolmente con l'arrivo degli spagnoli, incorporando e adattando sistemi di credenze e pratiche fino ad allora estranei alla cultura Maya.

L'enfasi sulla creatività e la capacità di trasformarsi della medicina tradizionale entra però in conflitto con il processo di essenzializzazione portato avanti dal cosiddetto "movimento di Risorgimento Maya", che già a partire dagli anni '70 è diventato un punto di riferimento fondamentale per i difensori dei diritti della popolazione indigena nel contesto guatemalteco e internazionale. Principalmente alla medicina tradizionale è assegnato il compito, da parte del movimento, di custodire l'essenza dell'identità Maya e di costituire uno spazio di resistenza alle spinte di acculturazione provenienti dal mondo non-indigeno.

L'irrigidimento di determinate posizioni volte al riscatto della cultura indigena provoca tuttavia, secondo Leda Peretti una parziale cecità storica e un'incapacità di confrontarsi con le sfide del presente e con le reali condizioni socio-sanitarie del paese. Mettendo in discussione l'ancestralità immobile delle pratiche mediche e del sistema di credenze locali, l'autrice compie un gesto coraggioso e sicuramente contro corrente rispetto al paradigma dominante oggi diffuso all'interno della cooperazione internazionale allo sviluppo. La dimensione storico-temporale apporta un elemento di complessità che impedisce di etichettare le pratiche mediche locali come "buone" o "cattive" semplicemente in base al criterio dell'autenticità.

Uno dei capitoli più suggestivi del libro è quello sull'analisi del binomio caldo-freddo come distinzione cardine della medicina tradizionale indigena in grado di strutturare una serie di pratiche mediche "ancestrali" come ad esempio quelle legate al parto. L'autrice ci mostra come il binomio caldo-freddo fosse assente nella cultura Maya precedente alla conquista e sia stato preso dagli spagnoli. Analizzando poi il modo in cui il binomio è stato applicato a una serie di pratiche tradizionali, ci mostra ad esempio come l'uso del temazcal (una specie di sauna) nel periodo post-parto sia stato da un punto di vista simbolico drasticamente trasfigurato e il suo funzionamento modificato in base a un sistema di credenze che, etichettato come indigeno, è in realtà di origine spagnola.

La lettura del libro è indubbiamente da consigliare. Il lettore non deve tuttavia aspettarsi di trovare un'etnografia dell'esperienza di campo dell'autrice, che confina l'osservazione etnografica a poche righe di commento. Non si deve aspettare inoltre una trattazione dettagliata del movimento di Risorgimento Maya. Detto questo, la forza del libro risiede nel suo fornire un'argomentazione fondata ed efficace contro i rischi del fondamentalismo essenzialista portato avanti da alcuni settori della società guatemalteca che, per difendere la "tradizione Maya", dimenticano la capacità creativa di coloro che la incarnano.

[Valentina Bonifacio]

 

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